Il Pd ha chiuso l’agenda Monti
Per giudicare senza paraocchi il senso dell’alleanza tra i neo-progressisti guidati da Pier Luigi Bersani e i vetero-progressisti guidati da Nichi Vendola bisogna mettere per un attimo da parte la tentazione di etichettare il progetto come una semplice riproposizione in chiave moderna della vecchia Unione prodiana e provare ad andare dritti al cuore della vera questione che si nasconde dietro il così detto (la definizione è naturalmente vendoliana) “polo della speranza”.
9 AGO 20

Per giudicare senza paraocchi il senso dell’alleanza tra i neo-progressisti guidati da Pier Luigi Bersani e i vetero-progressisti guidati da Nichi Vendola bisogna mettere per un attimo da parte la tentazione di etichettare il progetto come una semplice riproposizione in chiave moderna della vecchia Unione prodiana e provare ad andare dritti al cuore della vera questione che si nasconde dietro il così detto (la definizione è naturalmente vendoliana) “polo della speranza”. A guardar bene, la vera questione politica del patto Vendola-Bersani non è infatti legata all’eccessiva eterogeneità di vedute presenti all’interno del famigerato “nuovo Ulivo” ma è invece relativa all’anima del progetto di questo centrosinistra che si candida a costruire una nuova maggioranza di governo. Un progetto che Bersani e Vendola hanno scelto di costruire non soltanto – e ci mancherebbe – in alternativa rispetto alle politiche delle “destre” ma anche in discontinuità rispetto all’impostazione culturale scelta dal governo dei tecnocrati, e dunque da Mario Monti.
Bersani, nella sua equilibrata ma timida e novecentesca “carta degli intenti”, anche se in maniera sfumata, ha posto più volte l’accento sul fatto che il percorso del Pd deve essere destinato a seguire una strada diversa da quella imboccata dai teorici del pensiero neoliberista (categoria nella quale il segretario comprende anche Monti). Dall’altra parte, invece, ad esplicitare il fatto che il “Pse italiano” non ha intenzione di presentarsi sulla scena come l’interprete più genuino dell’“agenda Monti” è stato lo stesso Vendola, quando due giorni fa, durante la conferenza stampa in cui confermava la sua candidatura alle primarie, ha ammesso (usando più o meno le stesse parole che periodicamente utilizza il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina) che con Bersani si impegnerà a “costruire un campo largo con al centro la non continuità col governo Monti”. In questo schema, dunque, è comprensibile che Bersani e Vendola abbiano previsto che sia Casini a gestire in outsourcing la raccolta degli elettori montiani-moderati, che evidentemente il centro-sinistra bersanian-vendoliano ha scelto di non rappresentare. Il gioco un suo senso contabile forse ce l’ha, ed è giusto osservare senza pregiudizi il progetto della prossima sinistra di governo; ma allo stesso tempo bisogna essere sinceri, non girarci attorno e dire la verità: e la verità è che una sinistra vagamente neozapaterista che non intende far sua l’agenda riformista del governo Monti difficilmente si presenterà sul campo con le credenziali giuste per sopravvivere, un domani, alla famosa prova dei mercati. Che sono, come si vede, giudici spietati di ogni politica.